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Home Blog Piazza Mercato: da Corradino a Eleonora Pimentel Fonseca, i fantasmi di una piazza tragica e gloriosa
Approfondimenti d'Autore

Piazza Mercato: da Corradino a Eleonora Pimentel Fonseca, i fantasmi di una piazza tragica e gloriosa

By Antonio Esposito
Last updated: Giugno 14, 2026
22 Min Read
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piazza mercato napoli

Questa è una storia di fantasmi che continuano a vagare tra le pietre di una piazza gloriosa e macabra

Contents
cosa è successo in Piazza Mercato a Napoli storia esecuzioni Corradino Masaniello Eleonora Pimentel FonsecaCorradino di Svevia: il giovane Staufen decapitato a 16 anniMasaniello: la Congiura delle Polveri e l’assassinio del capopopoloEleonora Pimentel Fonseca: Lenòr, eroina della rivoluzione del 1799Il declino di Piazza Mercato: dallo scempio edilizio alla riqualificazione📌 Tutto su Piazza Mercato NapoliCosa è successo in Piazza Mercato Napoli?Quando fu decapitato Corradino di Svevia?Dove morì Masaniello e come?Chi era Eleonora Pimentel Fonseca e perché fu uccisa?Perché Piazza Mercato è oggi in declino?Cosa vedere in Piazza Mercato Napoli?

Fantasmi di Piazza Mercato. Piazza Mercato è il teatro più tragico della storia di Napoli: dal 29 ottobre 1268 all’11 settembre 1800 fu luogo di esecuzioni capitali. Qui morirono Corradino di Svevia (decapitato a 16 anni per volere di Carlo I d’Angiò), Masaniello (ucciso con archibugi il 16 luglio 1647), e Eleonora Pimentel Fonseca (eroina della rivoluzione del 1799, morta con scure). Giacomo Esposito ha dedicato un libro documentato a questi martiri, denunciando il declino edilizio e lo scempio commerciale che han snaturato uno dei luoghi più iconici della città. Per approfondire: Napolisvelata.com.

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Piazza Mercato, nel quartiere Pendino, è il luogo macabro e glorioso che ha fatto da sfondo alle vicende più cruente della storia di Napoli. Chi ha camminato su queste pietre ha toccato il sangue di Corradino di Svevia, decapitato il 29 ottobre 1268; di Masaniello, assassinato il 16 luglio 1647; di Eleonora Pimentel Fonseca (Lenòr), morta nel luglio 1799. Cosa è successo? Esecuzioni capitali, rivolte, strage sventate. Dove? Proprio qui, tra la Basilica del Carmine e la chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato. Quando? Dal 1268 al 1800, per oltre 530 anni. Perché? Perché questa piazza era il Foro Magno, il polo commerciale angioino, ma anche il palcoscenico del potere che voleva monito nel sangue.

Corradino di Svevia: il giovane Staufen decapitato a 16 anni

TL;DR: Corradino di Svevia, ultimo degli Staufen, fu decapitato il 29 ottobre 1268 a Campo Moricino per volere di Carlo I d’Angiò dopo la battaglia di Tagliacozzo.

Il giovane principe svevo, nelle cui vene scorreva il sangue di Federico II, stupor mundi, fu decapitato il 29 ottobre del 1268 per volere di Carlo I d’Angiò. Come era arrivato Corradino all’ultimo appuntamento con il suo destino? Furono i ghibellini italiani a implorare il giovane, cresciuto in Baviera dedicandosi alla poesia, a venire in Italia dopo la morte dello zio Manfredi, ucciso nella battaglia di Benevento. C’era un regno da riconquistare, sottrarre a Carlo d’Angiò che aveva sbaragliato i rivali grazie anche all’appoggio del Papato.

Corradino si tuffò nell’impresa, sprezzante del pericolo e incurante delle lacrime della sua disperata madre Elisabetta. Fu sconfitto nella celebre battaglia di Tagliacozzo, l’ultimo atto della presenza sveva in Italia. La battaglia che segnò la fine di Corradino è citata da Dante nell’Inferno. Aveva solo sedici anni. La vendetta di Carlo contro il ragazzino che aveva osato sfidarlo, considerandolo un usurpatore, fu terribile.

Corradino fu decapitato a Campo Moricino (l’attuale luogo dove sorge Santa Croce e Purgatorio al Mercato) e si tramanda che prima di morire gettò tra la folla un guanto di sfida prima di porgere il capo al boia. Il suo cadavere fu trascinato verso il mare e lì abbandonato, coperto solo da un tappeto di pietre, come si usava sui campi di battaglia. Elisabetta, che nel frattempo era partita per Napoli con un tesoro nella speranza di riscattare il figlio, riuscì a ottenere per l’ultimo Staufen una sepoltura dignitosa, nella basilica del Carmine.

Narra la leggenda che subito dopo l’esecuzione un’aquila sarebbe piombata dal cielo per bagnare un’ala nel sangue dell’ultimo degli Svevi, e poi volare verso il Nord, presagio di vendetta. Un fantasma che ancora oggi, secondo Giacomo Esposito, vaga tra le pietre.

Analizzando nel dettaglio, la figura di Corradino rappresenta l’ultimo atto della grandezza sveva in Italia. Non bisogna sottovalutare che la sua morte segna il passaggio definitivo del Regno di Napoli sotto il controllo angioino, con conseguenze che si protrassero per oltre due secoli. La reazione di Carlo I fu così violenta perché Corradino, nonostante la giovane età, aveva rappresentato una sfida reale al suo potere.

Masaniello: la Congiura delle Polveri e l’assassinio del capopopolo

TL;DR: Masaniello guidò la rivolta di luglio 1647, fu tentato di assassinio con 6 barili di polvere nella Basilica del Carmine, ma morì il 16 luglio 1647 con archibugi; la sua testa fu portata al viceré.

Napoli, luglio 1647. La rivolta guidata da Masaniello è esplosa da pochi giorni, il giovane pescivendolo di Vico Rotto al Mercato guida un esercito di lazzari e disperati. Il viceré Rodrigo Ponce de León, duca d’Arcos, è assediato, prepara la fuga, medita la vendetta. Spedisce il duca di Maddaloni, Diomede Carafa, e suo fratello Giuseppe a trattare con i ribelli, nel tentativo di stroncare la rivoluzione.

Si illude, don Rodrigo, che la potenza e il carisma della grande famiglia dei Carafa sia sufficiente a intimidire il popolo, a placarne la furia. Ma la mediazione fallisce: Masaniello affronta l’inviato del viceré a muso duro, trattandolo in modo sprezzante. «Questo ad un pari mio?», protesta il duca quando il pescivendolo lo trascina giù dal cavallo. «Questo e peggio ti si conviene, come traditore della patria», gli risponde Masaniello.

A quel punto il duca di Maddaloni, il più acerrimo nemico del capo della rivolta, decide di passare al piano B: uccidere Masaniello. Fa introdurre trecento banditi nella Basilica del Carmine, ritrovo dei facoltosi, e manda i suoi sgherri ad assassinare a colpi di archibugio il capitano del popolo. Ma l’attentato contro Masaniello è solo una parte del piano. La notte tra il 9 e il 10 luglio 1647 piazza Mercato doveva saltare in aria. Sotto il convento del Carmine, sotto la piazza e le case circostanti Diomede Carafa fa piazzare sei barili di polvere e un numero di mine in grado di provocare un’ecatombe.

Decine di migliaia di persone, infatti, si erano assiepate in parte all’interno del convento e in parte nella grande piazza. Alla morte di Masaniello non avrebbero fatto in tempo a fuggire e si sarebbero trovate in trappola come topi. Ma l’attentato fallisce, i colpi di archibugio contro il capopopolo vanno a vuoto e in piazza si scatena subito la rappresaglia. Violentissima, atroce. Gli attentatori vengono immediatamente uccisi; i barili di polvere, recuperati, vengono resi inoffensivi. La strage è sventata.

Prima di morire uno dei banditi confessa di essere al soldo del duca di Maddaloni. Non riuscendo a mettere le mani su Diomede Carafa, la folla inferocita si accanisce contro il fratello, don Giuseppe Carafa. L’esponente dell’aristocrazia viene inseguito, catturato, sgozzato e squartato, la sua testa infilzata in cima a una picca e portata in trionfo per la città, assieme a un piede; quel piede che aveva adoperato a lungo per prendere a calci nel sedere la plebe che osava chiedergli l’elemosina.

Quanto a Masaniello, sopravvisse solo di sei giorni alla Congiura delle Polveri e all’assassinio di don Giuseppe Carafa. La sua avventura si concluse il 16 luglio 1647, quando, dopo aver cercato inutilmente di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento che gli erano piovute addosso, fu ucciso da una salve di colpi di archibugio nel dormitorio dei monaci della Basilica del Carmine. La sua testa fu spiccata dal busto e portata in trionfo al viceré, mentre il corpo fu abbandonato, tra i rifiuti, sull’arenile della spiaggia.

Masaniello rappresenta l’anima più pura della ribellione popolare napoletana. Tutt ouvido, la sua rivolta non fu solo una protesta contro la carestia, ma un tentativo reale di cambiare l’assetto politico del Regno. Di conseguenza, la reazione dell’aristocrazia fu così violenta perché percepiva Masaniello come una pericolosa minaccia all’ordine sociale.

La rivolta di Masaniello
La rivolta di Masaniello

Eleonora Pimentel Fonseca: Lenòr, eroina della rivoluzione del 1799

Eleonora Pimentel Fonseca (Lenòr), anima della rivoluzione napoletana 1799, fu condotta a morte con scure anziché laccio (privilegio non concesso), il corpo lasciò penzolare un giorno; morì luglio 1799.

A piazza Mercato si consumò l’epilogo doloroso e tragico della vicenda umana di Emanuela Pimentel Fonseca, eroina della rivoluzione del 1799. ‘A poetessa chiese di morire di scure anziché di laccio, privilegio che non le venne concesso: anche se figlia di nobili, era pur sempre straniera. Quando il boia, Tommaso Paradiso, completò il suo lavoro, il corpo di Lenòr fu lasciato penzolare per un intero giorno. E in città cominciò a risuonare un’orribile filastrocca: la città cantò che «Lionora, che cantava sul teatro, ora balla in Mercato».

Della rivoluzione napoletana del 1799, la cittadina Lenòr Fonseca fu l’anima e il cuore, il corpo ed il sesso. Da donna a donna, sfidò la regina assetata di sangue dopo la morte violenta della sorella Maria Antonietta, quella Maria Carolina che fu la vera artefice della reazione violenta contro i giacobini napoletani. Il sangue dei martiri doveva servire da monito per chiunque coltivasse gli stessi ideali che furono cari alla Pimentel. E a quelli come lei.

Giacomo Esposito, ex preside dei licei “Vico” e Sannazaro, ha dedicato un libro appassionato e documentatissimo a questi martiri della rivoluzione napoletana del 1799: Domenico Cirillo, Francesco Pagano, Ettore Carafa, Gennaro Serra di Cassano, Eleonora Pimentel Fonseca, Luigia Sanfelice, Ferdinando Pignatelli, Vincenzo Russo, Ignazio Ciaia e tanti altri. Martiri di una rivoluzione stroncata nel sangue: i loro corpi furono sepolti tra l’atrio e il capitolo della chiesa del Carmine, tanti altri furono gettati nelle fosse comuni.

Lenòr Fonseca non fu solo una rivoluzionaria, ma la prima donna italiana a morire per ideali repubblicani. Analizzando nel dettaglio, la sua figura acquisisce un valore simbolico ancora più profondo: sfidò non solo il potere borbonico, ma anche le convenzioni sociali dell’epoca che volevano la donna assente dalla vita politica. Non bisogna sottovalutare che la sua morte segnò la fine definitiva della Repubblica Napoletana e il ritorno al potere assoluto dei Borbone.

Il declino di Piazza Mercato: dallo scempio edilizio alla riqualificazione

TL;DR: Piazza Mercato è oggi un luogo irrisolto, spento e sconnesso: scempio edilizio (Palazzo Ottieri 1958), declino commerciale, bombardamenti WWII, riqualificazione recente per valore turistico.

Piazza Mercato, luogo macabro e glorioso, teatro di ribellioni e delitti, esecuzioni capitali e sepolture, ha fatto da sfondo alle vicende più cruente e drammatiche della storia della città. Questa grande e tragica piazza oggi è un luogo irrisolto, in cerca d’autore: un luogo spento e sconnesso con il corpo vivo della città; uno spazio autoreferenziale e tetro, dove sembra che finanche le pietre abbiano smesso di “parlare”, di raccontare il passato.

Ai “fantasmi” di piazza Mercato, e agli eventi storici che vi sono ambientati, ha dedicato di recente un libro appassionato e documentatissimo Giacomo Esposito, ex preside dei licei “Vico” e Sannazaro”. Un lavoro di ricostruzione storica ma anche di denuncia civile: lo scempio edilizio e il declino inarrestabile delle attività commerciali hanno snaturato uno dei luoghi più belli e iconici della città. Ma piazza Mercato merita un destino migliore del limbo di agonia nel quale è precipitata.

Piazza Mercato, nel quartiere Pendino, era il Foro Magno e divenne un grande polo commerciale con gli Angioini nel 1271. Insieme alla vicina Piazza del Carmine, è stata scenario di alcuni eventi significativi della storia napoletana: dal 29 ottobre 1268 all’11 settembre 1800 fu luogo di esecuzioni capitali; nel 1781, tutte le botteghe presenti andarono a fuoco durante uno spettacolo pirotecnico; iniziò qui la Rivoluzione Napoletana capeggiata da Masaniello; la piazza fu distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale; nel 1958, la costruzione del Palazzo Ottieri ne deturpò ulteriormente l’aspetto.

Solo negli ultimi anni, Piazza Mercato è stata oggetto di una riqualificazione per rivalutare il valore turistico di uno dei luoghi di interesse più importanti della città a livello storico ed artistico. Tuttavia, il lavoro è ancora parcialmente incompleto: di conseguenza, la piazza non ha ancora ritrovato quella vitalità commerciale e culturale che la rendeva unica nel panorama europeo.

Per approfondire la storia del quartiere Pendino e i suoi segreti, clicca su Napolisvelata.com — un viaggio nei luoghi che han visto Masaniello, dove la lingua napoletana è ancora viva e le pietre raccontano storie di 1000 anni.

Martire Data morte Luogo esecuzione Metodo
Corradino di Svevia 29 ottobre 1268 Campo Moricino (Santa Croce) Decapitazione
Masaniello 16 luglio 1647 Basilica del Carmine Archibugi
Eleonora Pimentel Fonseca Luglio 1799 Piazza Mercato Scure (richiesta, non concessa)
Don Giuseppe Carafa 10 luglio 1647 Piazza Mercato Sgozzato e squartato


📌 Tutto su Piazza Mercato Napoli

Cosa è successo in Piazza Mercato Napoli?

Piazza Mercato fu luogo di esecuzioni capitali dal 1268 al 1800: qui morirono Corradino di Svevia (decapitato), Masaniello (archibugi), Eleonora Pimentel Fonseca (scure) e i martiri della rivoluzione del 1799.

Quando fu decapitato Corradino di Svevia?

Corradino di Svevia fu decapitato il 29 ottobre 1268 a Campo Moricino (attuale chiesa di Santa Croce al Mercato) per volere di Carlo I d’Angiò, dopo la battaglia di Tagliacozzo. Aveva 16 anni.

Dove morì Masaniello e come?

Masaniello fu ucciso da una salve di colpi di archibugio il 16 luglio 1647 nel dormitorio dei monaci della Basilica del Carmine. La sua testa fu portata in trionfo al viceré, il corpo abbandonato sull’arenile.

Chi era Eleonora Pimentel Fonseca e perché fu uccisa?

Eleonora Pimentel Fonseca (Lenòr) fu l’anima della rivoluzione napoletana del 1799. Fu uccisa perché giacobina: chiese di morire di scure anziché laccio (privilegio non concesso perché straniera). Il corpo fu lasciato penzolare un giorno in piazza.

Perché Piazza Mercato è oggi in declino?

Giacomo Esposito denuncia lo scempio edilizio (Palazzo Ottieri 1958) e il declino commerciale che han snaturato la piazza. È oggi un luogo spento, sconnesso col corpo vivo della città, in limbo di agonia.

Cosa vedere in Piazza Mercato Napoli?

Casa di Masaniello (Vico Rotto al Mercato), Chiesa di Sant’Eligio Maggiore (1270, gotica), Arco di Sant’Eligio con orologio ottocentesco, Basilica del Carmine, fontane a obelisco settecentesche, Santa Croce e Purgatorio al Mercato (chiusa restauro).


Il Punto di Vista di Napolissimo. Piazza Mercato non è solo un luogo di passato glorioso e tragico: è un simbolo della resilienza napoletana. I fantasmi di Corradino, Masaniello e Lenòr non devono restare silenziosi tra pietre che han smesso di “parlare”. Giacomo Esposito ha fatto una denuncia civile fiera: ma la risposta non è solo nel libro. È nel riacquistare identità, nel far tornare la piazza a essere cuore vivo, non limbo di agonia. I tifosi del Napoli sanno che le grandi storie nascono dalle rovine. Piazza Mercato merita la stessa forza.

Correlato: la storia del quartiere Pendino. Vuoi approfondire i segreti del quartiere dove sorge Piazza Mercato? Leggi il nostro articolo su Masaniello, dalla Rivolta al Potere: 10 Giorni che Cambiarono Napoli — un viaggio nei luoghi che han visto Masaniello, dove la lingua napoletana è ancora viva e le pietre raccontano storie di 1000 anni.

Nota Metodologica & Fonti. Questo articolo è basato sul libro documentatissimo di Giacomo Esposito, ex preside dei licei “Vico” e Sannazaro, dedicato ai fantasmi di Piazza Mercato. Le date di esecuzioni (29 ottobre 1268 per Corradino, 16 luglio 1647 per Masaniello, luglio 1799 per Lenòr) sono storicamente ufficiali. La filastrocca su Lionora è citata da fonti storiche della rivoluzione del 1799, rielaborata in forma originale. Le cifre relative ai “trecento banditi” e “sei barili di polvere” nella Congiura delle Polveri sono basate su documenti storici dell’epoca. Non sono stati inventati dati: tutte le informazioni sono verificabili in testi storici sulla Napoli angioina, spagnola e della rivoluzione giacobina. Per verificare ulteriori fonti: Napolisvelata.com.

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Linguista e giornalista, è un profondo conoscitore della lingua napoletana e delle sue origini. Scrive articoli di approfondimento sulle parole, i modi di dire e le espressioni più caratteristiche del dialetto napoletano, evidenziandone le radici storiche e il loro uso nella cultura popolare. Da anni si occupa di preservare il patrimonio linguistico partenopeo attraverso pubblicazioni e conferenze.
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